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Un vicolo di San Berillo con le facciate dipinte da cima a fondo.

Quartieri

San Berillo, il quartiere dipinto

Sventrato negli anni Cinquanta, abbandonato per mezzo secolo, oggi è il posto dove Catania si guarda allo specchio. Si visita a piedi, di giorno, con rispetto.

3 min di lettura

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A cinque minuti dal Teatro Massimo comincia un pezzo di città che le guide hanno saltato per cinquant'anni. San Berillo è il quartiere che Catania ha demolito a metà e poi ha smesso di guardare.

Oggi ci si va. Non come si va a un monumento: come si va in un quartiere dove vive della gente.

Che cosa è successo

Negli anni Cinquanta il piano di risanamento decise che il vecchio San Berillo andava abbattuto. Furono demolite migliaia di abitazioni e spostate decine di migliaia di persone, per far posto a un corso nuovo — quello che oggi è viale XX Settembre — e a un quartiere moderno che venne costruito solo in parte.

Quello che rimase in piedi, fra i palazzi nuovi e il centro, fu un pezzo di città senza nome e senza progetto: strade strette, case svuotate, e per decenni la prostituzione come unica economia visibile. Per i catanesi è rimasto a lungo il posto di cui non si parlava.

Non è un quartiere «recuperato». È un quartiere abitato, che si sta riscrivendo mentre lo si attraversa.

Perché ci si va adesso

Perché negli ultimi quindici anni ci sono tornate le persone. Associazioni, artisti, cooperative, botteghe: qualcuno ha comprato una casa a poco, qualcun altro ha aperto uno spazio, e il quartiere ha cominciato a dipingersi.

I muri sono la cosa che si vede per prima. Non sono murales commissionati per una riqualificazione: sono interventi diversi, fatti in tempi diversi, alcuni firmati da nomi noti e altri no, che si sovrappongono su facciate ancora sventrate. Una casa senza tetto con la parete dipinta di blu dice, in un colpo solo, tutta la storia del posto.

Una facciata di San Berillo dipinta da cima a fondo.
Il colore arriva prima del restauro: è il modo in cui il quartiere ha ripreso parola.

Come si visita

A piedi, di giorno, con la stessa attenzione che si userebbe in qualunque quartiere di una città vera. La zona è piccola: le vie attorno a via delle Finanze e alle piazzette interne. In un'ora si è vista tutta, e in tre ci si è fermati a parlare con qualcuno.

Due cose da tenere presenti, e non sono avvertimenti generici:

  • Le fotografie alle persone si chiedono. Qui più che altrove: c'è chi ci abita e non ha scelto di diventare un soggetto.
  • La sera il quartiere cambia. Non è una zona proibita, ma non è nemmeno una passeggiata turistica dopo il tramonto. Le piazzette con i tavoli fuori sono un'altra cosa e restano vive.

Cosa cercare

La piazzetta con i tavoli, dove d'estate si cena all'aperto e d'inverno si prende il sole. Gli spazi delle associazioni, che spesso hanno la porta aperta e volentieri raccontano. E le strade a fondo cieco, quelle che finiscono contro il muro di un palazzo degli anni Sessanta: sono il punto esatto in cui si vede la cicatrice dello sventramento.

San Berillo non si capisce in dieci minuti e non sta bene in una fotografia sola. Ma è la parte di Catania che spiega meglio tutto il resto: come mai la città sia così bella e così ferita nello stesso isolato.